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Selamat Hari Gawai!

30 Maggio

Dopo la notte passata al Batang Ai Longhouse Resort, ora è il momento di visitare quella vera. Dopo la colazione ci dirigiamo al piccolo molo, dove ci aspettano due barche lunghe e strette. I seggiolini di legno, quattro per barca, sono tutti in fila e rimovibili. La sensazione che si rovesci da un momento all'altro è forte, ma quando acquista un po' di velocità si stabilizza (come in bicicletta!).

Il viaggio in longboat dura circa mezzora e tutto il tragitto è all'interno del lago, anche se sembra di essere piuttosto in un sistema di canali. È quello che succede quando si blocca con una diga il corso di un fiume del genere, con tanti affluenti e poco dislivello. L'acqua è perfettamente liscia, visto che non c'è un filo di vento. Ad un certo punto troviamo un cartello con le indicazioni simile a quelli autostradali, che segna i nomi dei due affluenti. Seguiamo il fiume e dopo chilometri di fitta foresta intoccata dall'uomo si inizia a vedere qualcosa di vagamente artificiale: piante di pepe allineate in piccoli appezzamenti terrazzati.

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Ci stiamo avvicinando agli insediamenti Iban. Quando finalmente arriviamo al porticciolo del villaggio Mengkak Engkari e scendiamo dalla barchetta. Nello stesso momento sta partendo una barca come la nostra, ma piena di persone in piedi: saranno almeno una dozzina. Ci raccontano che sono stati lì per delle scommesse sui combattimenti fra galli.

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Gli abitanti ci accolgono festosi e alticci, perché hanno già cominciato a bere per la festa del raccolto. Sentiamo Massimiliano, la guida, salutare tutti con "Selamat Hari Gawai!", che è appunto l'augurio che si fa in questa occasione. Anche se in Malesia è uno stato a maggioranza musulmana, i vari popoli che la compongono godono di certe autonomie. L'alcol, ad esempio, è perfettamente legale e può essere consumato tranquillamente da chi, come gli Iban, è cristiano. Questo popolo ha abbracciato la religione cristiana un paio di secoli fa, quando è stata portata dagli inglesi. Ma assieme al credo in Gesù, sopravvivono ancora elementi animistici, per cui non è strano che preghino anche gli spiriti della foresta. La cosa bizzarra è che molti di loro hanno nomi... italiani! Rita, Barbara, Ernesto... sono solo alcuni dei nomi così nostrani che non ci si aspetterebbe mai di trovare all'altra parte del mondo nel bel mezzo della giungla. Sono nomi di santi cristiani, per cui non c'è da meravigliarsi

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Saliamo le scale scavate nella terra, che dal molo portano all'ingresso del villaggio. Qui vivono 37 famiglie, divise in due longhouse. Oltre ai due edifici abitativi, vediamo alcune baracche degli attrezzi, rigorosamente in legno, e una chiesetta in costruzione. Oggi in villaggio c'è molta più vita del solito, infatti la festività ha richiamato amici e parenti degli abitanti. Noi sei siamo gli unici turisti e il capo villaggio ci invita a fare un brindisi con il vino di riso davanti al suo appartamento, nella grande veranda in comune con tutte le famiglie. È un largo corridoio che si estende per tutta la lunghezza dell'edificio. Altre persone, per lo più donne e bambini, stanno cazzeggiando qua e là lungo la veranda. Nonostante la calura all'esterno, qui dentro le correnti d'aria che passano fra le finestre riescono a dare un certo sollievo. Per entrare ci siamo tolti le scarpe, infatti è un ambiente molto pulito. I cani non sono ammessi, anche se ogni tanto ci provano. Solo i gatti possono entrare, addirittura nell'appartamento. Ogni tanto arriva qualcuno con un pollo vivo nella borsetta di plastica, con testa e zampe fuori, ma questi sono dono portati dagli ospiti e presto finiranno nei piatti!

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C'è un pranzo in preparazione anche per noi nella cucina del capo. Anche se da fuori sembra sgangherata, composta da legno e lamiera, le tecnologie negli apparamenti non farebbero pensare di essere lì, in mezzo alla foresta profonda. Nel salotto

fa bella figura un televisore lcd Philips, collegato ad amplificatore professionale (quelli da rack, con le maniglie) e impianto audio esagerato. Ma quando questo ascolta la musica? Casca giù tutto? Dei centrini ricamati all'uncinetto, di colore verde fastidio, coprono ogni dispositivo elettronico. In cucina il capo e la moglie stanno aiutando nella preparazione del pasto, di cui si occupano il nostro barcaiolo e Wilson, l'autista che ci ha accompagnati nel viaggio. Anche lui è Iban, ma originario di un'altro villaggio. Stanno preparando il pollo cotto nel bambù.

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Mentre aspettiamo il pranzo si raggruppano delle signore proprio davanti all'appartamento del capo. Ognuna di loro ha con sè uno strumento, quando son tutte in posizione iniziano a suonare. La musica attrae anche i bambini, che incuriositi accorrono a filmare con i loro smartphone. Dovrebbe iniziare la danza, ma ci dicono che l'incaricato è troppo ubriaco per ballare. Così qualcuno va in cerca di un sostituto, che quando arriva si mette in abiti tradizionali e inizia una danza tranquilla, seguendo un percorso circolare in mezzo a noi. Ilaria gli porge un bicchiere di langkau, la grappa di riso, per carburarlo un po'. Quando poco dopo arriva la ballerina, le offro un bicchiere di tuak, il vino di riso, più dolce e leggero. Il balletto va avanti qualche minuto, poi ci invitano ad unirci alla danza. Un po' impacciati, Sara ed io iniziamo a muoverci in cerchio, cercando di emulare i loro movimenti, seguiti poi da Claudio e Ilaria. Concludiamo con una bevuta di grappa, brindando con un grido: "uuuuuuuuaaaaaa uuuuuuuuuaaaaaaa uuuuuuuuaaaa!"

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Quando ci sediamo a terra per mangiare, troviamo la stuoia imbandida di prelibatezze. Pur mancando di sale, perché qui non viene usato se non come antiaderente per cucinare il pesce, i piatti sono molto saporiti. Il pollo nel bambù, aromatizzato con l'erba limone, è morbido e delicatamente speziato. Il riso al vapore fa da accompagnamento a tutto, tanto che lo usiamo proprio come fondo per le pietanze. Pollo alla brace, pesci fritti, germogli di felce, frittata con cipolla, foglie di tapioca, zucchine, banane... provo ad assaggiare tutto, ma ce n'è veramente tanto!

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Dopo il pranzo ci dirigiamo all'altra longhouse appena dietro questa, più piccola e più moderna, dove vivono nove famiglie. È costruita in pietra dipinta di bianco, che fa sicuramente meno scena dell'altra, in legno e lamiere arrugginite. Tutti questi edifici hanno la veranda con vista fiume e le camere dietro, verso la giungla. Questo perché, prima che il governo centrale imponesse la pace fra le tribù, gli Iban avevano bisogno di proteggersi dai nemici. La foresta dietro le case è talmente fitta da essere una protezione naturale. Dalla veranda, invece, la vedetta di turno poteva controllare le barche in arrivo. Anche in periodo di pace, la tradizione è rimasta. Queste tribù non sono sempre state pacifiche, infatti vengono chiamate tagliatori di teste. Nelle loro battagle, dove si scontravano al massimo qualche decina di guerrieri, i vincitori usavano portarsi a casa le teste dei nemici uccisi, per poi metterle ad essicare sopra la brace. Nel XX secolo hanno combattuto uniti contro gli invasori giapponesi durante la seconda guerra mondiale e contro i comunisti negli anni sessaanta. Ora il governo vieta loro di esporre i vecchi crani essiccati, così sono costretti a tenerli nascosti nei magazzini. Godono di particolari diritti rispetto agli altri cittadini malesiani, tra cui l'usocapione gratuito della terra e la detenzione delle armi. Il primo per porre rimedio ai contenziosi fra tribù sul diritto di possedere o meno la terra: ora si può prendere tutta la terra che si riesce a coltivare con le proprie forze, così son contenti tutti. Le armi sono ammesse perché queste popolazioni vivono vicino all'Indonesia e fanno servizio come rangers di confine, per controllare e bloccare l'immigrazione clandestina.

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I vecchi guerrieri si notano dal fisico, magro e muscoloso, come quello del capo villaggio, che con i suoi 75 anni è ancora pieno di vita e in perfetta salute. L'ho anche visto bere parecchia grappa, ma cammina ancora bene, non come quelli che troviamo all'ingresso della longhouse più piccola in cui siamo appena entrati. Le donne barcollano cantando Keisha e Pitbull, gli uomini fumano seduti sul pavimente con la caraffa di grappa al fianco. Ci offrono altri giri e ci tocca berli in sciata, come si usa da queste parti.

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Caldo afoso e alcol non sono proprio l'accoppiata vincente, ma riusciamo comunque a uscire con un passo decente per vedere il combattimente fra galli. Sono trattati come animali da compagnia, spesso anche coccolati. Il combattimento è piuttosto scenico, ma innocuo per i due pennuti. Per evitare ferite hanno gli speroni limati e vengono sempre fermati prima che la situazione degeneri. Si va a punti e dopo tre round il verdetto è gallo marrone vincente. Alla fine del match, i padroni si riprendono i galli in braccio e li portano nel rispettivo cortile.

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È il momento di provare la cerbottana. È lunga poco più di due metri e fabbricata in durissimo legno di belian, chiamato anche legno ferro. Prendere la mira è sorprendentemente facile, infatti riesco a colpire il bersaglio e fare quasi centro. Con l'allenamento giusto deve diventare un'arma da caccia particolarmente efficace. Le frecce sono fatte con la parte dura della foglia di palma e al posto della piuma c'è un piccolo cono di balsa.

È arrivato il tempo di lasciare il villaggio, ma prima ci facciamo un bagno rinfrescante nel lago. In questa zona non ci sono i coccodrilli, ci assicurano, perché l'acqua è molto profonda e troppo limpida. Qualche sospetto di cosa possa esserci sul fondo rimane, ma basta non pensarci.

Sara ed io, a mollo nel lago Batang Ai

Saliti nella barca per tornare al resort, incrociamo parecchie altre longboat colme di persone che tornano dal lavoro o che stanno andando a passare la festa del raccolto dagli amici.

Arriviamo direttamente sul pontile del resort, ma non è ancora il momento di cenare. Così partecipiamo ad una passeggiata guidata all'interno della giungla. Ramona, la guida del resort, ci fa fermare ogni dieci metri per mostrarci le piante che crescono spontaneamente nella zona. Fra palme maestose, alberi da legno pregiato, erbe aromatiche e medicinali, frutti mai visti e felci commestibili, impieghiamo più di un'ora per camminare poco più di un chilometro. Le cicale sono ovunque e il fischio è forte ed omogeneo, tanto da sopraffare la voce di Ramona. Qui le piante crescono molto velocemente e raggiungono dimensioni incredibili. Non solo gli alberi, alcuni dei quali possono arrivare a 80 metri, ma anche le erbacee. Sembra di essere rimpiccioliti. Sul sentiero troviamo una lapide, dove sono stati lasciati in dono al morto, oltre ai fiori, anche piccoli doni e pure qualche banconota. È una lapide solitaria, non un vero e proprio cimitero, ma ci racconta che non è strano trovare veri e propri cimiteri nel bel mezzo della foresta. Ci imbattiamo in un ponte sospeso, alquanto traballante, rattoppato qua e la ma abbastanza sicuro da tenere una decina di persone su una lunghezza di oltre cento metri. Con noi c'è anche un gruppo di olandesi che si diverte a far traballare il ponte più di quanto già non lo faccia senza incentivi. Dal centro la vista è ottima, ci si trova a una trentina di metri d'altezza sopra la fitta giungla, ma ai lati la visuale è libera, essendo sopra il livello delle chiome degli alberi. Si vede il lago da ambo i lati, poiché il resort da cui siamo partiti si trova sulla punta di una stretta penisola.

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Comincia a cadere qualche goccia di pioggia molto fina: è la prima volta che scende acqua dal cielo da quando siamo arrivati. Il tempo è stato clemente: pur essendo nel bel mezzo della foresta pluviale non ci siamo bagnati in questi giorni. Smette dopo pochi minuti e la poca acqua che ha toccato i vestiti ha già fatto in tempo ad evaporare. Il sudore sulla fronte è un'altra storia. Dopo la passeggiata ci rilassiamo un po' e concludiamo con barbeque i pollo, pesce e maiale, mentre i gechi sopra le nostre teste provano un po' imbranati a catturare qualche farfalla.

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